Le case a schiera demolite nel 1933

borgo San Giuliano, Rimini: le case demolite nel 1933

Il Borgo San Giuliano, quartiere povero e degradato, ha sempre attirato l’attenzione quasi sadica degli urbanisti, a partire dagli inizi del ‘900: in tutti i progetti edilizi questo rione doveva necessariamente essere stravolto se non distrutto.

E questo fino a ieri: negli anni ’70, anche l’illuminato architetto De Carlo – pur apprezzando la comunità borghigiana – aveva previsto nel Piano Regolatore lo sventramento del nostro tessuto urbano. L’attuale risanamento spontaneo – non programmato – ha salvato il vecchio Borgo, garantendogli definitivamente un futuro.

L’unico progetto che andò in porto – tra quelli che avevano il gusto della demolizione – fu l’intervento del 1933, in pieno fascismo: venne abbattuta, per intero, la schiera di case che dal ponte di Tiberio, sul lato a monte, arrivava fino agli attuali negozi posti all’ inizio di via San Giuliano (le odierne macelleria e latteria, tanto per capirsi). Era, quello, il famoso curvone della Mille Miglia. L’antica via Emilia, in quel punto, era larga – anzi stretta – circa 10 metri. Quella demolizione, che riguardò una quindicina di case, permise la realizzazione del rettilineo di viale Tiberio: una strada più funzionale- un ingresso più prestigioso per la città – che diede respiro all’ intero agglomerato… a scapito, però, della conformazione del vecchio Borgo, che perse uno scorcio significativo.

E’ nostro interesse, ora, tentare di ricostruire il “tessuto umano” che abitava quella schiera (più ancora che approfondire i vantaggi o gli svantaggi di quella operazione). Nel 1933 c’era, però, anche qualcos’altro a favore della demolizione, oltre ai temi della viabilità e dell’igiene. Erano gli anni dell’apoteosi fascista e il piccone demolitore, in quel caso, serviva “a compiere un atto di prevenzione e redenzione sociale” contro una popolazione considerata sovversiva. Lo dichiararono espressamente i fascisti riminesi del tempo. Così facendo, loro, univano… l’utile al dilettevole!

Come ‘testimone’ di quella vicenda, abbiamo interpellato la Rina Bianchini, che allora abitava in una di quelle case. Ha 88 anni, ben portati. Era la figlia dell’Assunta Guidi, proprietaria di quella bottega di alimentari che dopo la demolizione si trasferì di fronte, accanto alla trattoria Colombo (quel negozio fu poi gestito dalla famiglia di Tonino, fino a pochi anni fa).

La sua prodigiosa memoria ci consente di ricordare quasi esattamente i nomi, o i soprannomi, della famiglie che lì abitavano, a cominciare dalla prima casa: la Rosina del Ponte (col negozietto di poveri dolci e cianfrusaglie); Dario Paggi, socio della famosa bottega di tessuti Santarelli, di piazza Giulio Cesare; la Sci-avouna che vendeva e affittava maschere e costumi da Carnevale (compresa la manteca, una pasta per truccarsi); l’Assunta Guidi; la Nina Cocchi (mamma di Don Alighieri e di Suor Bertina); la Mariuccia Missiroli e il fratello (calzolaio); la Pina de Bis (che vendeva i toc, cioè la frutta di seconda scelta); Armida Brolli e il marito Felice Sangiorgi, macellai nel Borgo; la Sterina strazera (straccivendola); la Rosa Cioda; la Emore Savini, magliaia; Ottavio Mattani, con la bottega da idraulico; la famiglia Orecchioni (con negozio di stoffe e alimentari); Erculein (genere alimentari e granaglie, con un gran buttasù di mercanzie esposte e… ritirate continuamente); Alessandri Carlo e Marsilio, con tabacchi e osteria (la moglie di Marsilio è stata immortalata da Fellini in Amarcord: “la tabaccaia” del Corso, dove aveva trasferito il negozio); Lucio Soretti, il barbiere; le famiglie Pericoli, possidenti, proprietari di barche: una di loro, la Sambi Catareina, gestiva il negozio di carbone insieme alla Zi’ Netta de’Botli e la Burghina Silvegni, fornaia (la sua casa era così piccola, da sembrare un atacapen adchesa…). Dalla demolizione si salvò il negozio di generi alimentari delle sorelle Nazzarene(sopravvissuto fino ai nostri anni ’80). Il palazzo Pericoli era la costruzione terminale, la più importante, a tre piani, che attraverso un passaggio interno conduceva ad un terrapieno coltivato ad orto e al fiume.

Oltre a questo piccolo censimento, la Rina ci ha raccontato alcuni episodi di quella comunità scomparsa.

Il primo riguarda una sorta di leggenda legata alla demolizione (che preoccupava non poco i proprietari): si parlava di un incidente – vero peraltro – in cui era stata investita e in seguito deceduta una signora, moglie di un pezzo grosso – si diceva – (un gerarca? un ministro?); i borghigiani da questo episodio (oltre a giocare i numeri al lotto… ed a vincere) trassero la conclusione che il regime, appunto per questo, avrebbe affrettato il… “raddrizzamento” della strada!

Il secondo episodio ha come protagonista Dario, il socio della ditta Santarelli: era, come si soleva dire, un zovne antig, uno scapolone; viveva con una badante, la Pineina, sorella de l’Ingles, un marinaio del Borgo. Dario era malato di cuore e, quando gli veniva un attacco, mandava a chiamare subito il prete: voleva sposare “in articulo mortis” la sua Pineina. Ma superata la crisi – e successe diverse volte – cambiava opinione e rimaneva scapolo!

L’ultimo suo racconto si rifà alla Rosina del Ponte e al suo fantasmagorico negozietto-bazar. Vendeva ai bambini, che ne andavano ghiotti, dei bastoncini di zucchero: li chiamava “duri di menta”; Rosina li produceva – a suo modo – direttamente: preparava un impasto di zucchero cotto, che comprendeva anche un sottile strato di menta, ne ricavava poi una ‘matassa’ da trasformare in bastoncini, con l’ausilio… di un gancio di una vecchia porta che le serviva per lavorare e assottigliare l’impasto. Usava dei guanti neri, di pelle, “alla moschettiera”. La pulizia era un optional. Oggi la Rina, ridendo, sostiene che non ne sarebbe più così golosa!

Dal suo racconto possiamo anche dedurre che: le famiglie (se ci avete fatto caso) quasi sempre vengono ricordate col nome di una donna, testimonianza del ruolo preponderante che hanno svolto nel Borgo;le case, a due piani, presentavano i negozi al piano terra e al piano superiore l’abitazione del gestore; i negozianti di allora si trasferirono quasi tutti sull’altro fronte della via, in streda mestra. Infine, nel palazzo Pericoli, imponente e a tre piani, dal novembre 1869 al dicembre 1878, vi abitò lo scrittore Alfredo Panzini (allora bambino) con la sua famiglia … ma questa è un’altra storia,