{"id":227,"date":"2013-10-04T14:01:53","date_gmt":"2013-10-04T14:01:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/?p=227"},"modified":"2013-11-01T16:53:03","modified_gmt":"2013-11-01T16:53:03","slug":"prova-storia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.societadeborg.it\/?p=227","title":{"rendered":"Le case a schiera demolite nel 1933"},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/borgo_case_demolite_1933.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-large wp-image-231\" alt=\"borgo San Giuliano, Rimini: le case demolite nel 1933\" src=\"http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/borgo_case_demolite_1933-1024x566.jpg\" width=\"690\" height=\"381\" srcset=\"http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/borgo_case_demolite_1933-1024x566.jpg 1024w, http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/borgo_case_demolite_1933-300x166.jpg 300w, http:\/\/www.societadeborg.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2013\/10\/borgo_case_demolite_1933.jpg 1512w\" sizes=\"(max-width: 690px) 100vw, 690px\" \/><\/a><\/strong><\/p>\n<p><strong>Il Borgo San Giuliano, quartiere povero e degradato, ha sempre attirato l\u2019attenzione quasi sadica degli urbanisti, a partire dagli inizi del \u2018900: in tutti i progetti edilizi questo rione doveva necessariamente essere stravolto se non distrutto.<\/strong><\/p>\n<p>E questo fino a ieri: <strong>negli anni \u201970, anche l\u2019illuminato architetto De Carlo<\/strong> &#8211; pur apprezzando la comunit\u00e0 borghigiana &#8211; aveva previsto nel Piano Regolatore lo sventramento del nostro tessuto urbano. L\u2019attuale risanamento spontaneo &#8211; non programmato &#8211; ha salvato il vecchio Borgo, garantendogli definitivamente un futuro.<br \/>\n<!--more--><br \/>\nL\u2019unico progetto che and\u00f2 in porto &#8211; tra quelli che avevano il gusto della demolizione \u2013 fu<strong> l\u2019intervento del 1933, in pieno fascismo<\/strong>: venne abbattuta, per intero, la schiera di case che dal ponte di Tiberio, sul lato a monte, arrivava fino agli attuali negozi posti all\u2019 inizio di via San Giuliano (le odierne macelleria e latteria, tanto per capirsi).<strong> Era, quello, il famoso curvone della Mille Miglia<\/strong>. L\u2019antica via Emilia, in quel punto, era larga &#8211; anzi stretta &#8211; circa 10 metri. Quella demolizione, che riguard\u00f2 una quindicina di case, permise la realizzazione del rettilineo di viale Tiberio: una strada pi\u00f9 funzionale- un ingresso pi\u00f9 prestigioso per la citt\u00e0 \u2013 che diede respiro all\u2019 intero agglomerato\u2026 a scapito, per\u00f2, della conformazione del vecchio Borgo, che perse uno scorcio significativo.<\/p>\n<p>E\u2019 nostro interesse, ora, tentare di ricostruire il \u201ctessuto umano\u201d che abitava quella schiera (pi\u00f9 ancora che approfondire i vantaggi o gli svantaggi di quella operazione). Nel 1933 c\u2019era, per\u00f2, anche qualcos\u2019altro a favore della demolizione, oltre ai temi della viabilit\u00e0 e dell\u2019igiene. Erano gli anni dell\u2019apoteosi fascista e il piccone demolitore, in quel caso, serviva \u201ca compiere <strong>un atto di prevenzione e redenzione sociale<\/strong>\u201d contro una popolazione considerata sovversiva. Lo dichiararono espressamente i fascisti riminesi del tempo. Cos\u00ec facendo, loro, univano\u2026 l\u2019utile al dilettevole!<\/p>\n<p>Come \u2018testimone\u2019 di quella vicenda, <strong>abbiamo interpellato la Rina Bianchini<\/strong>, che allora abitava in una di quelle case. Ha 88 anni, ben portati. Era la figlia dell\u2019Assunta Guidi, proprietaria di quella bottega di alimentari che dopo la demolizione si trasfer\u00ec di fronte, accanto alla trattoria Colombo (quel negozio fu poi gestito dalla famiglia di Tonino, fino a pochi anni fa).<\/p>\n<p>La sua prodigiosa memoria ci consente di ricordare quasi esattamente i nomi, o i soprannomi, della famiglie che l\u00ec abitavano, a cominciare dalla prima casa: la<strong> Rosina del Ponte<\/strong> (col negozietto di poveri dolci e cianfrusaglie); <strong>Dario Paggi<\/strong>, socio della famosa bottega di tessuti Santarelli, di piazza Giulio Cesare; <strong>la Sci-avouna<\/strong> che vendeva e affittava maschere e costumi da Carnevale (compresa la manteca, una pasta per truccarsi); l\u2019<strong>Assunta Guidi<\/strong>; la <strong>Nina Cocchi<\/strong> (mamma di Don Alighieri e di Suor Bertina); la <strong>Mariuccia Missiroli<\/strong> e il fratello (calzolaio); la <strong>Pina de Bis<\/strong> (che vendeva i toc, cio\u00e8 la frutta di seconda scelta); <strong>Armida Brolli e il marito Felice Sangiorgi<\/strong>, macellai nel Borgo; <strong>la Sterina strazera<\/strong> (straccivendola); la <strong>Rosa Cioda<\/strong>; la <strong>Emore Savini<\/strong>, magliaia; <strong>Ottavio Mattani<\/strong>, con la bottega da idraulico; <strong>la famiglia Orecchioni<\/strong> (con negozio di stoffe e alimentari); <strong>Erculein<\/strong> (genere alimentari e granaglie, con un gran buttas\u00f9 di mercanzie esposte e\u2026 ritirate continuamente); <strong>Alessandri Carlo e Marsilio<\/strong>, con tabacchi e osteria (<strong>la moglie di Marsilio \u00e8 stata immortalata da Fellini in Amarcord: \u201cla tabaccaia\u201d del Corso, dove aveva trasferito il negozio<\/strong>); <strong>Lucio Soretti<\/strong>, il barbiere; <strong>le famiglie Pericoli<\/strong>, possidenti, proprietari di barche: una di loro, la Sambi Catareina, gestiva il negozio di carbone insieme alla Zi\u2019 Netta de\u2019Botli e la<strong> Burghina Silvegn<\/strong>i, fornaia (la sua casa era cos\u00ec piccola, da sembrare un atacapen adchesa\u2026). Dalla demolizione si salv\u00f2 il negozio di generi alimentari delle sorelle Nazzarene(sopravvissuto fino ai nostri anni \u201980). Il palazzo Pericoli era la costruzione terminale, la pi\u00f9 importante, a tre piani, che attraverso un passaggio interno conduceva ad un terrapieno coltivato ad orto e al fiume.<\/p>\n<p>Oltre a questo piccolo censimento, <strong>la Rina ci ha raccontato alcuni episodi di quella comunit\u00e0 scomparsa<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Il primo riguarda una sorta di leggenda legata alla demolizione (che preoccupava non poco i proprietari)<\/strong>: si parlava di un incidente \u2013 vero peraltro \u2013 in cui era stata investita e in seguito deceduta una signora, moglie di un pezzo grosso \u2013 si diceva \u2013 (un gerarca? un ministro?); i borghigiani da questo episodio (oltre a giocare i numeri al lotto\u2026 ed a vincere) trassero la conclusione che il regime, appunto per questo, avrebbe affrettato il\u2026 \u201craddrizzamento\u201d della strada!<\/p>\n<p><strong> Il secondo episodio ha come protagonista Dario, il socio della ditta Santarelli<\/strong>: era, come si soleva dire, <strong>un zovne antig, uno scapolone<\/strong>; viveva con una badante, la Pineina, sorella de l\u2019Ingles, un marinaio del Borgo. Dario era malato di cuore e, quando gli veniva un attacco, mandava a chiamare subito il prete: voleva sposare \u201cin articulo mortis\u201d la sua Pineina. Ma superata la crisi &#8211; e successe diverse volte &#8211; cambiava opinione e rimaneva scapolo!<\/p>\n<p><strong>L\u2019ultimo suo racconto si rif\u00e0 alla Rosina del Ponte e al suo fantasmagorico negozietto-bazar<\/strong>. Vendeva ai bambini, che ne andavano ghiotti, dei bastoncini di zucchero: li chiamava \u201cduri di menta\u201d; Rosina li produceva \u2013 a suo modo \u2013 direttamente: preparava un impasto di zucchero cotto, che comprendeva anche un sottile strato di menta, ne ricavava poi una \u2018matassa\u2019 da trasformare in bastoncini, con l\u2019ausilio\u2026 di un gancio di una vecchia porta che le serviva per lavorare e assottigliare l\u2019impasto. Usava dei guanti neri, di pelle, \u201calla moschettiera\u201d. La pulizia era un optional. Oggi la Rina, ridendo, sostiene che non ne sarebbe pi\u00f9 cos\u00ec golosa!<\/p>\n<p>Dal suo racconto possiamo anche dedurre che:<strong> le famiglie (se ci avete fatto caso) quasi sempre vengono ricordate col nome di una donna<\/strong>, testimonianza del ruolo preponderante che hanno svolto nel Borgo;le case, a due piani, presentavano i negozi al piano terra e al piano superiore l\u2019abitazione del gestore; i negozianti di allora si trasferirono quasi tutti sull\u2019altro fronte della via, in streda mestra. Infine, nel palazzo Pericoli, imponente e a tre piani, dal novembre 1869 al dicembre 1878, vi abit\u00f2 lo scrittore Alfredo Panzini (allora bambino) con la sua famiglia \u2026 ma questa \u00e8 un\u2019altra storia,<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Borgo San Giuliano, quartiere povero e degradato, ha sempre attirato l\u2019attenzione quasi sadica degli urbanisti, a partire dagli inizi del \u2018900: in tutti i progetti edilizi questo rione doveva necessariamente essere stravolto se non distrutto. E questo fino a ieri: negli anni \u201970, anche l\u2019illuminato architetto De Carlo &#8211; pur apprezzando la comunit\u00e0 borghigiana &#8211; aveva previsto nel Piano Regolatore lo sventramento del nostro tessuto urbano. 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