1988 – «La riminese»

A quanto pare s’era deciso di dedicare l’edizione del 1988 all’altra metà del cielo riminese, e a qualcuno – credo a Mario – era saltato in testa di utilizzare come canovaccio dello spettacolo e filo conduttore degli incontri un mio libercolo sulle donne di Rimini. Avevo scoperto, Dio sa come, che le prime donne riminesi di cui si fa menzione nelle fonti sono rispettivamente tre streghe infaticide e due ostesse antropofaghe.

1988festa_lariminese_lowLasciandomi guidare da questa fumosa suggestione, ero sceso in non so quale scantinato a caccia dei fantasmi femminili che abitano me come qualunque altro. Quella che sembrava una ricerca di «microstoria» era in realtà una seduta tra psicanalitica e spiritica. Gli organizzatori della festa erano caduti (forse) in un equivoco.
La sera della prova generale dello spettacolo un vento freddo e umido spazzava l’invaso e s’infilava sotto le arcate del ponte, a spintoni. Il pomeriggio aveva piovuto e continuava a incombere il temporale. II cielo lampeggiava e brontolava. Fabio era stanco e infreddolito mentre le tre ballerinette fattucchiere danzavano, tremando, alla musica dei Catulli Carmina. Di tanto in tanto echeggiava, funerea, la Sarabanda di Händel, che gli spifferi trasportavano, a morsi, fino a piazza Cavour. Sedevo sopra un masso romano e osservavo Anna che guidava a bacchetta le evoluzioni dei miei fantasmi. Magari fossero sempre tosi disciplinati.
Il giorno dopo il tempo s era perfettamente ristabilito. II pubblico assisteva alto spettacolo – diviso in due serate – seduto sull’erba. Davanti a tutta quella gente e sotto i fari, i fantasmi s’erano dissolti. Per fortuna. Niente m’apparteneva più, fuorchè la voce roca e strascicata del Nin che alla fine, su un tema di Mozart, declamava la farosa Canteda vintiquatar del Miele di Tonino Guerra.
Lo ricordo come adesso. Della «ragnatela», della «foresta dove passano i lupi», della «balena vuota piena d’aria nera e di lucciole» si discusse poi in un animata e un pa’ irascibile «tavola rotonda» di soli maschietti, davanti alla chiesa del Borgo. Fra pochi intimi. Seguirono risentite lettere di protesta ai giornali, tra cui – se non sbaglio – quella della Commissione femminile comunista. Muovevano obiezioni sensate, e io alle ragioni della politica potevo contrapporre appena quelle della paura.
Non m’ero ancora riconciliato con le donne. Non mi sono ancora riconciliato. Per questo ne sono innamorato.

Piero Meldini